Autosabotaggio mentale: il tuo peggior nemico è nella tua testa, impara a farci pace.
Ti è mai capitato di mettere piede in campo, o di entrare in una sala riunioni, sentendoti tecnicamente preparato, forte, competente… eppure, improvvisamente, qualcosa cambia?
Il dialogo interno muta frequenza e si insinua il dubbio: “E se… sbaglio?”.
A quel dubbio si aggancia rapidamente la paura del giudizio: “Cosa penserà l’allenatore se spreco questo vantaggio? E il mio team? E la mia famiglia?”.
Il risultato è quello che noi esperti chiamiamo sequestro emozionale o autosabotaggio mentale.
Viene minata la nostra autostima, inconsciamente può manifestarsi la paura del successo, di non essere all’altezza, la mancanza di fiducia, che in un attimo può andare a minare la nostra performance e al mancato raggiungimento degli obiettivi.
È ciò che è capitato alcuni giorni fa al grande campione Ilia Malinin quando doveva eseguire il “programma libero” alle Olimpiadi Invernali.
Si presentava favorito assoluto e imbattuto da due anni, tecnicamente “di un altro pianeta”, eppure l’autosabotaggio mentale lo ha spinto fuori dal podio, travolti da errori e pensieri negativi.
La performance del pattinatore dimostra che a 21 anni il peso di un’intera nazione può diventare insostenibile: “Non è una sensazione piacevole e, onestamente, sto ancora cercando di capire cosa sia successo”, ha spiegato l’atleta subito dopo la gara.
“Già prima ancora di prendere la mia posa di partenza, era semplicemente tutto così opprimente che, onestamente, non sapevo davvero come gestirlo in quel momento”, ha raccontato l’atleta descrivendo un vero e proprio blackout emotivo, in cui i ricordi negativi e i traumi del passato hanno invaso la sua mente proprio mentre cercava la massima concentrazione.
“Penso che la gente non si renda conto della pressione e dei nervi che si provano solo stando all’interno. È stato qualcosa che mi ha travolto, sentivo di non avere più alcun controllo”, ha aggiunto.
Ilia non ha perso le sue competenze tecniche.
Quelle erano ancora tutte lì.
Ha perso la battaglia contro il suo giudizio interiore.
La paura ha preso il sopravvento creando un vero e proprio cortocircuito emozionale: le aree della memoria, dove sono registrati i gesti tecnici (i suoi famosissimi salti) sono andate in blackout.
Al contrario, le aree che reagiscono al “pericolo” (in questo caso la paura del fallimento) si sono iper-attivate.
Queste zone cerebrali sono potenti – servono a salvarci la vita – ma quando si attivano nel momento sbagliato possono interrompere le “catene cinetiche” e la fluidità del movimento.
Risultato? Si finisce a terra!
Come approcciare a queste problematiche? L’assunto da cui voglio partire oggi è radicale, ma liberatorio: non è mai stata una questione di “riparare”, ma di “re-imparare”.
E una questione di nuovi “punti di vita”. Dobbiamo re-imparare a pensare, a parlarci e ad agire. Perché, molto spesso, l’avversario più temibile non è quello contro cui devi gareggiare, ma quello che vive nella tua testa.
Facciamo un passo indietro. Era il 1974 quando W. Timothy Gallwey, un allenatore di tennis con una visione decisamente fuori dal comune, pubblicò un libro che avrebbe cambiato per sempre il mondo del coaching: The Inner Game of Tennis.
Gallwey aveva notato qualcosa di affascinante e terribile allo stesso tempo. Osservando i suoi atleti, si rese conto che in ogni scambio, in ogni set, stavano letteralmente giocando due partite:
- il Gioco Esteriore (Outer Game), quello visibile, fatto di racchette, palline, tecnica, sudore e un avversario fisico da battere;
- il Gioco Interiore (Inner Game), una partita molto più insidiosa che si svolge interamente nella mente del giocatore. Qui l’avversario non è un altro tennista, ma una parte di sé stessi.
Quante volte, nel mio lavoro di coach sportivo e formatore aziendale, ho visto questa dinamica ripetersi identica, che si tratti di un manager o di un atleta olimpico?
Vi cito solo il caso di una mia cliente, un’atleta formidabile.
Durante una gara cruciale era in netto vantaggio.
La vittoria era lì, a portata di mano.
Tecnicamente perfetta.
Poi, improvvisamente, il buio.
Non è inciampata.
Non ha dimenticato la tecnica.
Semplicemente, si è insinuato un dubbio: “E se l’avversario rimontasse?”.
Le sue competenze erano intatte, ma il suo “gioco interiore” era andato in pezzi.
Per capire come “re-imparare” a gestire queste situazioni, dobbiamo prima capire chi sta parlando nella nostra testa. Gallwey ci ha regalato una distinzione illuminante.
Dentro di noi convivono due entità:
- Il Self 1 (Il Sé Pensante): é la mente analitica, logica, ma soprattutto giudicante. È quella voce che commenta ogni nostra mossa: “Piega di più le ginocchia”, “devi tenere il gomito più alto”, “Stai sbagliando”, “Non dire quella frase in riunione”.Il Self 1 è “ossessionato” dal controllo e dalla perfezione. È il micromanager che vive nel tuo cervello;
- Il Self 2 (Il Sé Agente): è il tuo potenziale puro. È il corpo che sa esattamente come colpire la palla senza bisogno di istruzioni verbali; è l’intuizione che ti fa dire la cosa giusta durante una negoziazione. Il Self 2 è fluido, istintivo, naturale.
Quando in gara il Self 1 inizia a dare ordini, a criticare e a cercare di “correggere” l’azione mentre questa sta avvenendo, crea un’interferenza.
Il corpo si irrigidisce, la mente si annebbia e la performance crolla.
Gallwey ha sintetizzato tutto questo in una formula matematica che vale più di mille corsi di formazione:
P = p – i
Ovvero:
Nella maggior parte dei casi gli allenamenti, come anche la formazione, si concentrano solo sull’aumentare il potenziale (palestra, strategia, tecnica).
Ma se le interferenze (i dubbi, le paure, la pressione, i rapporti conflittuali, il giudizio del Self 1) sono alte, la performance sarà sempre bassa, non importa quanto l’atleta sia preparato. Ecco perché non serve “riparare” il potenziale, ma bisogna lavorare sull’eliminare le interferenze.
Perché è così difficile far tacere il Self 1?
Perché siamo programmati così fin dall’infanzia.
Sin da bambini sentiamo dire: “Cammina più veloce”, “Parla meglio”, “Fai come lui”.
Cresciamo con l’idea che per vincere dobbiamo sottostare a questa pressione costante e all’omologazione.
E se non ci riusciamo? Allora pensiamo di essere “rotti”. Pensiamo di doverci “riparare”.
Criticarsi diventa paradossalmente rassicurante, perché ci dà l’illusione di avere il controllo, di stare “lavorando sul problema”, quando, in realtà, stiamo solo alimentando l’insicurezza.
La verità è che la nostra diversità non è un difetto di fabbrica.
Non siamo un meccanismo difettoso da aggiustare.
Se smettiamo di cercare di ripararci, cosa facciamo? Re-impariamo!
Re-imparare significa adottare nuovi “punti di vita”, cambiare la prospettiva da cui guardiamo noi stessi. Ecco tre passaggi fondamentali:
- Consapevolezza senza giudizio (Vivere il “Qui e Ora”)
Il primo passo per disinnescare il Self 1 è togliergli la sua arma preferita: il giudizio.
Invece di dire “Ho fatto una battuta orribile”, prova a limitarti a osservare i fatti: “La palla è finita in rete” o, se siamo nel business, “Il cliente ha incrociato le braccia”.
L’osservazione neutra ti mantiene nel presente, mentre il giudizio ti trascina nel passato (l’errore) o nel futuro (la paura).
Osservare senza etichettare permette al Self 2 di correggere l’errore naturalmente
- Fiducia nel Self 2 (Lasciare andare il controllo)
Devi accettare che il tuo “Sé Agente” sa cosa fare.
Ha immagazzinato anni di allenamento, studio ed esperienze.
Il Self 1 vuole controllare ogni dettaglio, ma così facendo finisce con “ostacolare” il movimento.
Re-imparare la fiducia significa dire al proprio critico interiore: “Grazie per l’opinione, ma ora lascio fare all’intuito e al corpo”. È quella sensazione di flow che proviamo quando tutto viene facile.
- Scegliere i propri “Punti di Vita”
Molta della pressione deriva dal voler compiacere aspettative altrui. Re-imparare ad agire significa riprendersi la responsabilità delle proprie decisioni. Smetti di giocare per “non perdere” e inizia a giocare per “vincere”. Credimi, sono due sport completamente diversi.
Non c’è nulla in te che debba essere “riparato”.
Sei un essere umano che ha semplicemente imparato troppo bene l’arte di criticarsi e ha dimenticato l’arte di fidarsi di sé.
Imparare come superare l’autosabotaggio e le proprie credenze limitanti è una grandissima opportunità di crescita, ci permette di superare la trappola mentale che ci induce a vedere unicamente la propria visione negativa di sé e ci fornisce la capacità di affrontare le sfide per raggiungere i propri obiettivi e migliorare la propria vita.
Otteniamo anche dei vantaggi correlati quali l’eliminazione della procrastinazione e del perfezionismo, usciamo dalla nostra zona di comfort molto più facilmente, ci concentriamo maggiormente sulla cura di sé riducendo ansia e stress e mettiamo in atto comportamenti volti a migliorare la propria identità potenziante.
La prossima volta che senti la pressione salire, che senti quella voce interiore elencare tutto ciò che potresti sbagliare, fermati, sorridi a quel Self 1 preoccupato, riconosci che sta solo cercando di proteggerti, ma poi sposta gentilmente l’attenzione.
Diventa “l’Osservatore”. E lascia che il tuo Self 2 scenda in campo.
Re-imparare a pensarsi e a parlarsi è un allenamento quotidiano. È il passaggio da una vita spesa a cercare di essere perfetti a una vita goduta nell’essere autenticamente efficaci.
Sei pronto a smettere di ripararti e iniziare a giocare la tua vera partita?
Spesso, per sbloccare questo potenziale, serve una guida esterna che ci aiuti a vedere le nostre interferenze con chiarezza. Se vuoi scoprire come applicare l’Inner Game alla tua realtà professionale o sportiva, scrivimi. Insieme, possiamo costruire i tuoi nuovi “punti di vita”.

